Testimonianza 3

Calapuja, la speranza abita qui

I turisti frettolosi che percorrono la nuova e bella strada panoramica che collega Puno e il lago Titicaca alla mitica città di Cuzco e al Machu Picchu, ci passano senza accorgersene. Al km. 1299, Calapuja è un nome su un cartello stradale che non dice nulla: un paesino come tanti, la chiesa e quattro povere case perse nell’altopiano del Sud del Perù.

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Ma i più curiosi, quelli che decidono di fare una sosta, vanno incontro a un’esperienza piacevole e diversa, fatta di piccole sorprese e di grande arricchimento interiore: solo in apparenza questo piccolo paese di 500 abitanti, adagiato come tanti altri villaggi senza futuro sull’immenso altopiano, a 3.850 metri di altitudine, non è diverso dagli altri. Anche qui la vita scorre lenta e faticosa, scandita dai ritmi di una natura spettacolare, selvaggia e poverissima. Uomini, donne e bambini sono da sempre impegnati a strappare il loro diritto alla sopravvivenza lavorando dodici ore al giorno sulla sierra: escono la mattina per portare al pascolo oltre il fiume mucche, pecore, lama e alpaca. Tornano la sera stanchi morti. Qualcuno va nei campi a coltivare grano, quinua, avena e soprattutto patate, la maggiore risorsa alimentare. Non ci sono macchine agricole: i buoi trascinano l’aratro, zappe e vanghe fanno il resto con un duro lavoro di braccia.

In questa terra il tempo sembra essersi fermato qualche secolo fa, ma entrando a Calapuja ci si accorge che non è così: in questo piccolo paese è rinata una speranza. Si percepisce subito, arrivando sul sagrato della chiesa. Qui ogni mattina si ritrova un gruppo di donne campesine. Allegre, serene, alcune con i bambini più piccoli sulla schiena, portati come un fagotto avvolti nel tipico scialle: lavorano a maglia e cuciono con abilità mille fili multicolori di alpaca, la pregiata lana locale. Producono chullos, i tipici cappelli andini con il paraorecchie, maglioni, guanti e calze bellissimi. Sono almeno una ventina, da qualche tempo hanno costituito la cooperativa “Artesania Calapuja” e messo a frutto l’antica abilità andina di lavorare la lana.

L’uomo che ha fatto rinascere la speranza in questo paese è un missionario italiano, padre Gianni, “hermano Juan” lo chiamano i campesinos. Padre Gianni, nativo di Città di Castello, vive in Perù da oltre 20 anni e ha dedicato tutta la vita ai campesinos. La sua parrocchia si estende su un’area di 800 kmq. abitata da 10.000 anime che raggiunge con ore di viaggio su una vecchia jeep che ha conosciuto tempi migliori. E’ stato lui a convincere gli abitanti di Calapuja che l’unica speranza di una vita dignitosa non era quella di scappare verso Lima, dove li avrebbe attesi un’altra povertà, forse peggiore, ma di organizzarsi e creare uno spirito e un lavoro di comunità. Così è nata l’Artesania. Poi, grazie a una rete di amici volontari italiani, si è riusciti a trovare uno sfogo commerciale alle produzioni artigianali. Con i primi guadagni è stato comprato un telaio, si è creato un nuovo lavoro. E altre persone della comunità hanno potuto entrare nella cooperativa. E altre arriveranno, man mano.

Adesso gli abitanti di Calapuja stanno realizzando il secondo passo del loro progetto sociale: si chiama “un quarto y un baño”, una stanza e un bagno che alcune famiglie vogliono realizzare per aprire una strada al turismo ecosolidale. E con l’arrivo dei turisti ci sarà anche un maggiore impulso al commercio dei manufatti di alpaca.

Il paese offre già la possibilità di soggiorno a piccoli gruppi di viaggiatori. Ma per ora i posti letto sono realizzati nei locali della parrocchia, spartani ma pulitissimi. Ci sono camere a due letti e altre più grandi. Niente lusso, ma la sistemazione è ottima. L’ospitalità comprende la colazione e la cena, preparate da alcune donne del luogo. Domani i turisti potranno trovare alloggio nelle case private. Comunque fin d’ora Calapuja può diventare la base di partenza per interessanti escursioni turistiche: le città di Sillustani, Lampa, Puno, l’oasi naturalistica della penisola di Capachica sul Lago Titicaca, intatta e popolata di fenicotteri rosa e tanti altri luoghi forse meno conosciuti ma altrettato magici e suggestivi. Si può partecipare a cerimonie religiose, processioni soprattutto, davvero indimenticabili, e a coloratissime e allegre feste di origine antichissima e dal vago sapore pagano. Ma soprattutto a Calapuja si può entrare in contatto con un mondo coraggioso e fiero: uomini e soprattutto donne che solo qualche anno fa rischiavano di sparire, ma che hanno trovato la forza di riprogettare il proprio futuro, di sognare una vita migliore. Perchè nessuno fugga più da Calapuja. E ascoltare le loro storie, la sera, a luce di candela davanti a una zuppa di quinua, è un’esperienza affascinante.

m.c.